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Diario di bordo

Il legno che canta

ermes Luglio 2, 2026
Füssen, arnesi daa lavoro per la costruzione di liuti e violini

Storia e mestiere

Il legno che canta: viaggio nella storia del liuto e dei suoi maestri

C'è uno strumento che per tre secoli ha significato musica, prima ancora che il pianoforte esistesse e molto prima che la chitarra ne prendesse il posto nei salotti d'Europa. Ha la pancia rotonda come una mezza pera, il manico che si piega ad angolo retto, e un suono che sembra più sussurrato che suonato. È il liuto: lo strumento che ha dato il nome a un intero mestiere, la liuteria, e a chi lo esercita, il liutaio.

Oggi, quando si parla di liutai, si pensa quasi sempre ai costruttori di violini, viole, violoncelli — la grande famiglia degli strumenti ad arco che ha reso celebre nomi come Cremona nel mondo. Ma il termine nasce da lui, dal liuto, e prima di seguire il filo fino alle botteghe di oggi vale la pena tornare all'origine: a chi costruiva questo strumento, dove, e con quali segreti del mestiere.

Un canto arrivato da lontano

La storia del liuto comincia fuori dall'Europa, con l'oud arabo, a sua volta erede di strumenti persiani più antichi ancora. La radice della parola lo tradisce: "liuto" viene dall'arabo al-'ud, "il legno". Furono le rotte del Mediterraneo medievale — la Sicilia normanna, l'Andalusia dei califfati, le Crociate — a portare questo cordofono a manico corto e cassa bombata dentro le corti e i mercati europei, tra il XII e il XIII secolo.

In Europa lo strumento cambiò pelle. Perse il plettro tipico della tradizione araba, guadagnò i tasti in budello legati al manico, e con il tempo vide crescere il numero dei cori di corde, fino ai dieci o undici ordini dei liuti rinascimentali maturi. Non fu una trasformazione improvvisa, ma il lavoro paziente di generazioni di artigiani che, bottega dopo bottega, misero a punto una grammatica costruttiva capace di durare secoli.

La bottega del liutaio: geografia di un mestiere

Tra Quattrocento e Cinquecento la costruzione dei liuti si concentrò in poche aree, ognuna con un proprio carattere. Bologna fu tra i primi grandi centri, culla di una tradizione tedesca trapiantata in Italia: molti dei migliori liutai attivi in città provenivano infatti dalla Baviera, in particolare da Füssen, borgo alpino che per secoli ha esportato in tutta Europa maestri del legno e delle corde, quasi una diaspora artigiana organizzata per corporazioni.

Venezia e Padova formarono un secondo, importantissimo asse. Nella Serenissima e nella città del Santo lavorarono dinastie di costruttori che univano precisione tedesca e sensibilità italiana, in un dialogo continuo tra materiali, botteghe e committenti — principi, cardinali, mercanti che volevano possedere non un semplice strumento, ma un oggetto di prestigio.

Ogni scuola aveva le sue proporzioni preferite, i suoi legni d'elezione — abete per la tavola armonica, tasso, avorio, ebano e palissandro per la cassa a costole — e persino le sue etichette interne, vere firme d'autore incollate dentro la cassa, spesso imitate e falsificate già in epoca barocca: segno che il nome del liutaio, già allora, valeva quanto lo strumento.

I nomi che hanno fatto la storia

Se il violino ha i suoi Stradivari e Guarneri, il liuto ha una costellazione di maestri meno noti al grande pubblico ma altrettanto leggendari tra gli addetti ai lavori. Laux Maler, attivo a Bologna nella prima metà del Cinquecento, è considerato da molti storici il più grande liutaio mai esistito: dei suoi strumenti sopravvivono pochissimi esemplari, custoditi oggi come reliquie nei musei di tutto il mondo, e già nel Seicento venivano rivenduti a prezzi da capogiro.

A Venezia e Padova si affermò la dinastia dei Tieffenbrucker (italianizzato spesso in Tieffenbrucher o Diefopruchar), famiglia di origine bavarese che per tre generazioni sfornò strumenti di qualità straordinaria, capostipite Magno Tieffenbrucker. Accanto a loro, Vendelio Venere, attivo a Padova nella seconda metà del Cinquecento, resta uno dei nomi più ricercati dai collezionisti: i suoi liuti, spesso trasformati in epoca successiva per adattarsi ai nuovi repertori, sono tra i pochissimi originali rinascimentali arrivati fino a noi in condizioni suonabili.

Non va dimenticato Hans Frei, altro bavarese emigrato a Bologna, i cui strumenti — pur rarissimi — hanno influenzato per secoli la liuteria storica come modello di riferimento per proporzioni e sonorità.

Dal liuto al chitarrone: l'evoluzione barocca

Con l'arrivo del Seicento e della musica a basso continuo, il liuto rinascimentale non bastava più. Serviva un'estensione verso i bassi, capace di sostenere armonicamente voci e strumenti negli spazi sempre più grandi di chiese e teatri. Nacquero così l'arciliuto, il liuto tiorbato e soprattutto il chitarrone (o tiorba), strumenti dal manico lunghissimo, con un secondo cavigliere per le corde di bordone che scendono libere, non tastate.

Questa trasformazione non fu solo tecnica: fu anche un adattamento del mestiere stesso. Molti liuti rinascimentali sopravvissuti — compresi capolavori firmati Maler o Tieffenbrucker — vennero letteralmente riconvertiti in epoca barocca, allungando il manico o aggiungendo un secondo cavigliere, pur di non perdere uno strumento di quel valore. Un gesto che oggi definiremmo di restauro creativo, ma che allora era semplice pragmatismo artigiano.

Strumenti diventati leggenda

Pochissimi liuti rinascimentali originali sono sopravvissuti fino a oggi: si contano poche decine di esemplari nel mondo, custoditi in collezioni museali a Oxford, Bruxelles, Norimberga, Vienna. Ogni strumento superstite è un documento storico oltre che musicale, studiato al millimetro da liutai contemporanei che cercano di ricostruirne i segreti costruttivi — spesso lavorando più su ipotesi e misurazioni indirette che su fonti scritte, perché i maestri del passato non lasciavano manuali, ma bottega e apprendistato diretto.

Il liuto negli occhi dei pittori

Il liuto non è stato solo uno strumento musicale, ma anche un soggetto iconografico ricorrentissimo. Caravaggio lo dipinse in primo piano nel suo celebre Suonatore di liuto, trasformandolo in un simbolo sensuale e malinconico insieme. I pittori fiamminghi del Seicento, da Vermeer in poi, lo usarono spesso nelle scene di vanitas, accostato a spartiti, teschi o candele spente: la sua fragilità — corde che si accordano di continuo, legno che teme l'umidità — lo rendeva perfetto per parlare della caducità della vita e del piacere.

Il declino del liuto, la continuità del mestiere

Nel corso del Settecento il liuto uscì progressivamente di scena, soppiantato dal fortepiano e dalla chitarra, strumenti più semplici da accordare e più adatti al gusto musicale che stava cambiando. Per quasi due secoli la sua musica visse una lunga eclissi, sopravvivendo solo negli studi antiquari e nei musei.

Ma il mestiere che lo aveva costruito non si fermò: si spostò. Le stesse mani, le stesse botteghe, gli stessi segreti di scelta del legno e di intaglio che per secoli avevano dato forma al liuto si trasferirono sulla famiglia degli strumenti ad arco — violino, viola, violoncello — che nel frattempo conquistava il centro della scena musicale europea. A Venezia, dove le dinastie liutaie del Cinque e Seicento avevano già costruito una tradizione solidissima, quel passaggio di testimone non fu una rottura ma una naturale prosecuzione: la stessa pazienza artigiana, applicato a un nuovo strumento.

È così che il liutaio, parola nata per indicare chi costruiva liuti, è arrivato fino a noi a indicare tutt'altro: chi costruisce, ripara e restaura strumenti ad arco e a corda in genere, in una tradizione che a Venezia non si è mai davvero interrotta. Un filo lungo cinque secoli, che lega bottega a bottega, apprendista a maestro.

Appunti di un apprendista liutaio - Alain Della Savia

Dal catalogo Turato Edizioni

Appunti di un apprendista liutaio

Quella stessa tradizione veneziana, oggi, si racconta pagina per pagina: il diario illustrato di Alain Della Savia, tre anni di apprendistato presso il Maestro Enrico Medaglia, dal legno grezzo al violino finito.

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Nel corso del Settecento il liuto rinascimentale uscì progressivamente d'uso, ma il mestiere artigiano che lo costruiva proseguì trasferendosi sulla famiglia degli strumenti ad arco (violino, viola, violoncello). A Venezia questa continuità artigiana, radicata già nel Cinque e Seicento, è proseguita ininterrottamente fino a oggi: nell'uso contemporaneo il termine "liutaio" indica infatti il costruttore, riparatore e restauratore di strumenti ad arco e a corda in generale, non solo del liuto storico.
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